Donne nella chiesa.
A ciascuno la sua parte


A metà degli anni ’60, giovane professore al collegio argentino dell’Immacolata, Bergoglio non solo volle ammettere le donne in una rappresentazione teatrale, ma fu categorico nel richiederle per i ruoli loro propri.
L’episodio è riportato in un’intervista a un ex studente pubblicata sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica.
Il collegio era maschile, e o si mettevano in scena opere senza personaggi femminili oppure i personaggi femminili erano rappresentati da uomini.
Per Bergoglio questo andava a detrimento dell’immagine della donna, per cui, si legge nell’intervista, “si mise subito a chiedere di madri e sorelle dei vari attori, e in poco tempo riuscì a inscenare l’opera con molto successo, con la necessaria presenza femminile”.
Questo episodio è oggi rivelatore. Ci sono ruoli, funzioni, nella vita, nell’arte, e anche nella chiesa, che sono femminili, e se non sono le donne a ricoprirli, c’è qualcosa di stonato, qualcosa di finto, non solo nella parte di chi risulta “travestito” per un ruolo non suo, ma in tutta la rappresentazione. “Una chiesa senza donne è come un corpo monco”, ha detto con un’efficace immagine il cardinale Kasper in un’intervista ad Avvenire.
Oggi la sfida non è solo e tanto quella di avere delle donne nei ruoli decisionali, spesso disegnati al maschile, per tempi e modalità, ma di lasciare che in un corpo complesso si esprimano pienamente identità, creatività e genio femminili, perché questa componente possa portare vantaggio al tutto di cui fa parte.
Papa Francesco ha suggerito che la chiesa è donna, sottolineando che non si dice “il” chiesa, ma “la” chiesa. A ben guardare le parole della fede sono in stragrande maggioranza al femminile: fede, chiesa, natività, incarnazione, croce, resurrezione, Pasqua, (maschile Natale) missione, Pentecoste, rivelazione. Magistero no, è maschile, così come Vangelo, ma evangelizzazione è femminile.